Quel filo sottile che lega due cattedrali

Piccolomini, Siena, Val d'Orcia

Sorge nel mezzo di una valle una montagna rocciosa alta circa sei stadi, sulla vetta c’è un pianoro che si allarga per un circuito di tre miglia. Tutt’intorno lo circondano e fanno le veci di mura rupi a picco, la cui altezza in nessun luogo è inferiore di venti cubiti. Su questo pianoro furono costruite le più belle case di privati cittadini e grandiosi palazzi in pietra squadrata, molti ne corrose il tempo, ma più numerosi sono quelli devastati e incendiati dalle discordie civili; si vedono ancora le torri semidistrutte e i templi diroccati. La cattedrale consacrata alla Beata Vergine Maria si ammira intatta nel mezzo della città, a nessun’altra chiesa italiana inferiore per l’ampiezza, il materiale, l’esecuzione artistica e per il disegno armonico della sua architettura. Le pareti e il pavimento sono rivestiti di marmo di vari colori, la facciata è altissima, spaziosa, ricca di statue scolpite da ottimi artisti, per la maggior parte Senesi non meno grandi di Fidia o di Prasselide; quei volti di bianco marmo paiono vivi e le membra, sia delle figure umane che delle fiere, sono rese con tanta verità che l’arte sembra gareggiare con la natura, manca solo la voce a quelle immagini viventi. Puoi ammirarne la resurrezione dei morti, il giudizio del Salvatore, le pene dei dannati, la ricompensa degli eletti, rappresentati con tanta vivezza come se accadessero davanti ai tuoi occhi

Tratto da: I Commentarii. Pio II. Enea Silvio Piccolomini


Orvieto e Siena hanno diversi punti in comune. Almeno uno è evidente, come fa rilevare Pio II: due cattedrali dedicate a Maria Assunta, espressione di un’unica matrice culturale e artistica, quella senese. La costruzione di quella Siena (iniziata nel 1215), ha idealmente influenzato quella Orvieto (dal 1290 i primi lavori) tant’è che, per quest’ultima, è  il senese Lorenzo Maitani, architetto e scultore che cura la facciata, così come  è  Camaino da Crescentino il suo successore nella direzione dei lavori. Persino il travertino arriva  da un possente castello orvietano, poi diventato stabilmente senese: Sarteano. Ed è il sarteanese Francesco Tedeschini Piccolomini (futuro Pio III, nipote per parte di madre di Pio II) a far realizzare in cattedrale, a partire dal 1492, una libreria per racchiudere il patrimonio librario dello zio. Il segretario e precettore del Tedeschini Piccolomini,  Antonio Albèri ne fa realizzare una analoga nel duomo orvietano, attigua a due capolavori del senese Simone Martini. Gli artisti sono trasversali, nelle opere e nei luoghi: prendiamo il Vecchietta, autore di pregevoli dipinti a Siena, Pienza (l’Assunzione dalla Vergine, nel Duomo) ma anche a Sarteano dove lascia  la tavola su San Rocco e contemporaneamente lavora al nuovo castello.  Sempre a Sarteano i Tedeschini Piccolomini aprono altri cantieri, compreso quello per la nuova facciata della chiesa di San Francesco, quasi una replica di quella del duomo di Pienza. Inevitabilmente, chiese di san Francesco si trovano anche a Pienza, a Siena e Orvieto, persino con qualche similitudine. Come se non bastasse, le due città sono unite da un grande patrimonio sotterraneo fatto di acquedotti percorribili, ai quali si aggiunge il famoso pozzo di San Patrizio orvietano. C’è poi una presenza tangibile per entrambe, attraverso chiese ed edifici, dei cavalieri Templari, tutta da approfondire.  Andando a ritroso risalta la condivisa origine etrusca di questi centri, sebbene la sola Orvieto possa vantare il lignaggio di una potenza: era Velzna, distrutta e rifondata nel luogo originario. Risorge come una fenice una bella città, e a quel punto siamo nel Medioevo. Ma quello è il momento di Siena, potenza che esprime pontefici, banchieri, personaggi di cultura, artisti. Entrambe, nell’aspetto urbano, sono felicemente “congelate” nei loro momenti migliori: non ci sono più le torri, sono arrivati gli interventi architettonici dei periodi successivi, tuttavia il periodo medievale è ancora presente, ben leggibile.

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