«L’arme, l’audaci imprese» e un palazzo

Cominciò da giovenetto ad applicarsi alle armi così inuitto e con spirito così generosi, che per il suo gran valore e lunga esperienza di guerra, divenne così famoso, e chiaro nell’arte militare, che meritatamente fu ne’ suoi tempi temuto, e stimato uno de’ principali Capitani non solo d’Italia, ma di tutta l’Europa (…)

Eugenio Gamurrini (nel 1668) su Bartolomeo Bourbon del Monte


Elmo di Giovanni Battista Bourbon del Monte. The Met, Metropolitan Museum of Art di New York

Nel 1601 Piancastagnaio venne concessa in feudo dal granduca Ferdinando I de’ Medici al generale Giovanni Battista (1541-1614) detto il Battistone, sesto marchese della famiglia Bourbon del Monte di Santa Maria. L’investitura comunale fu riconosciuta l’anno successivo (1602), e subito il marchese volle la costruzione di un imponente palazzo di famiglia coronato da magnifici giardini, addossato alle mura sud della cittadina. L’edificio è un cubo dalle linee perfette, robuste ed eleganti, in grado di superare con eleganza il dislivello del suolo. La facciata che dà sull’aperta campagna è maestosa nella sua armonia di finestre, cornici e cordonate di pietra alternate da un intonaco grigio perla. Solenne, ma più in accordo con le dimensioni del paese è la facciata che domina piazza Belvedere, che lo rendono un palazzotto sicuro e domestico, incoronato da un cornicione potente e sereno formato da mensoline in pietra. L’interno rivela tutta la sua magnificenza: sale ariose, portali con stipiti di pietra decorati con il giglio simbolo di famiglia, uno scalone interno che dal pian terreno sale al secondo piano fiancheggiato da maestosi archi ascendenti. Il marchese in passato vi aveva allestito una raccolta di armi, lance e corazze, oggi dispersa. Ma chi ha disegnato il palazzo? Forse il lavoro del Vignola o di Giacomo della Porta (oppure entrambi). Alla stessa mano si deve la realizzazione dei giardini ricchi di scherzi d’acqua, vasche e peschiere, le “Delizie del marchese”. Resta ben poco di questi spazi lussureggianti. Allo stesso modo, le volte a crociera e le colonne delle scuderie, in un edificio attiguo, sono andate perdute.

Forse possono aver avuto influenza, sulla costruzione del palazzo, l’architetto Valentino Martelli e il cugino di Giovanni Battista, Francesco Maria Bourbon Dal Monte, che divenne cardinale al posto di Ferdinando I de’ Medici (destinato a diventare granduca). Si trattava di un raffinato uomo di cultura, con un atelier di artisti a palazzo Madama tra i quali Caravaggio.

In ogni caso, costruire un palazzo di tali dimensioni a Piancastagnaio significava manifestare la potenza della casata nobiliare, affermare l’appartenenza del territorio al granducato mediceo e onorare il personale servizio militare del marchese nei confronti di Venezia, visto che il Leone di San Marco è ancora evidente sopra al portale est. Con questo spirito Giovanni Battista concesse denari per gli interventi di riparazione della chiesa della Madonna di San Pietro e del convento di San Bartolomeo, fece impiantare cento castagni da frutto. Del resto, i Bourbon del Monte sono stati una delle più importanti famiglie italiane. Il nome Bourbon richiama quello della famiglia dei re di Francia, italianizzato in Borbone, e di altri monarchi. Il suo primo esponente documentato è un Arimberto il quale, nell’801, mentre accompagna Carlo Magno in Italia viene insignito del titolo di marchese di Toscana, nonché del vicariato imperiale di Arezzo e Città di Castello. Nel corso dei secoli la famiglia si suddivide in vari rami, tra i quali i Santa Maria, che si legano ad alcune famiglie come i vitelli, i Baldeschi e i Bardi, con domini in tutta l’Italia centrale.

La costruzione del palazzo resta una eccezione nel Granducato di Toscana dove, nel periodo a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, non si hanno molte costruzioni di analoghe dimensioni nemmeno nelle grandi città. L’edificio resterà il cuore di Piancastagnaio e di un feudo durato fino al 1777, ma i cui confini valgono ancora o oggi per delimitare quelli del Comune. Oggi è inagibile e in precarie condizioni, ma esiste un progetto di recupero finanziato dal Comune e approvato dal Ministero. Intanto, il Comune ha restaurato la rocca Aldobrandesca, usata come spazio espositivo: quasi un contrappeso temporale, per testimoniare l’egemonia su un feudo. Costruita da un’altra potente famiglia a controllo del territorio, l’attuale aspetto si deve alla Repubblica di Siena, grazie a un ampliamento realizzato tra il 1465 e il 1478. Poi la storia arriva fino ai Granduchi di Toscana e ai Bourbon del Monte, ma per il palazzo la storia è ancora tutta da scrivere.

Aggiungi al diario(1)
Poco note eppure antiche: le copate